Le PMI italiane combattute tra modelli di egemonia e flessibilità


21449638_m

La situazione economica italiana desta sempre molte preoccupazioni, e sembra non arrivare mai quel barlume di speranza, che possa donarci un minimo di serenità ed ottimismo per una imminente ripresa.

Ma in occasione di un incontro tenutosi il 17 Marzo scorso ad Albuzzano, in provincia di Pavia, paese nel quale risiedo, dove  l’Onorevole Chiara Scuvera, ha presentato il bilancio di otto mesi di lavoro in parlamento, ed i relativi sviluppi, una ventata di fiducia è arrivata. L’operato del governo infatti, sembra cominciare a concretizzare opere di innovazione e sburocratizzazione di un’Italia ancora troppo antiquata nel contesto di uno scenario europeo in forte crescita. Non meno importanti sono le riforme nel settore del lavoro e sul fronte fiscale, da sempre sono sede di accese contestazioni e scambi di opinioni.

Su questi argomenti in particolare, infatti, non si è fatto attendere l’intervento dei piccoli imprenditori locali che hanno partecipato all’incontro, e che hanno tirato fuori tutta l’amarezza accumulata da anni di pressione fiscale, che li ha lasciati stremati nella continua lotta per la sopravvivenza. Una disperazione altamente condivisibile, e che tutti ci auguriamo non debba più essere simbolo di un’Italia che soccombe sotto gli stessi colpi inflitti dal governo. Perché gli organi di potere devono finalmente essere consapevoli che la repressione fiscale crea più danni che vantaggi, lasciando dietro di se una scia di morti ed aziende fallite.

Non vi è dunque alcun dubbio che il governo italiano debba necessariamente mettere in atto una riforma fiscale che possa garantire alle imprese rimaste dopo questi anni bui di calvario, di continuare ad esistere, e soprattutto di poter crescere, ma a prescindere da quello  che deve fare lo stato per sanare la situazione, credo sia dovere di ogni cittadino, e di ogni azienda, rendersi parte attiva nel processo di cambiamento, ed iniziare a prepararsi, per affrontare in modo consapevole ed idoneamente attrezzati la fase di ripresa.

Per un risanamento globale e duraturo della nostra economia, infatti, si dovrà lavorare sinergicamente su tutti i fronti: fiscale, tecnologico, sociale, culturale. L’imprenditoria italiana deve iniziare a guardare avanti e mettersi al passo coi tempi, perché oltre a detenere  il primato per lo scarso investimento in tecnologia e l’utilizzo di tecniche di produzione obsolete, dimostra anche una arretratezza concettuale del modo di intendere ed organizzare il lavoro. Le nostre PMI sono ancora fortemente legate agli stereotipi tradizionali di gerarchia, subordinazione, e standardizzazione dei compiti, dove il capo “padrone” vigila sui dipendenti.

Ma per iniziare un reale processo di cambiamento che possa portare a maggiore produttività, sono necessari non solo adeguamenti tecnologici, ma anche un ammodernamento  ed ampliamento della cultura di fare impresa. E’ inutile piangersi addosso e stare ad aspettare che lo stato faccia qualcosa, perché il governo potrà operare riforme su tasse e tributi, ma preparare il terreno per una sana competitività è un compito, ed un dovere, dell’imprenditore. Occorre dunque un’apertura mentale maggiore degli imprenditori italiani, verso le implementazioni tecnologiche che possono consentire minori sprechi ed ottimizzazione degli standard qualitativi, e verso concezioni più moderne delle forme di organizzazione del lavoro, in ragione di soluzioni più flessibili, già per altro utilizzate con successo nel mondo.

Ma se negli altri paesi europei si sta già lavorando freneticamente sull’adeguamento tecnologico delle imprese, e si propende verso l’integrazione del lavoro a distanza, lo Smart Working, in Italia, vige invece la paura che questo metodo di organizzazione del lavoro non sia adattabile alla nostra realtà e cultura. Passare ad un discorso di flessibilità, vuol dire infatti avere meno controllo diretto, ma doversi fidare maggiormente dell’operato dei dipendenti. Un cambiamento senz’altro radicale per molte imprese, che da sempre vivono chiuse nel concetto del totale autoritarismo del datore di lavoro.

Chi ancora crede che gli strumenti di pressione, e repressione, siano l’unico mezzo per spremere le risorse umane fino all’ottenimento dei risultati, dovrebbe soffermarsi a pensare che così facendo, si depredano le persone di una crescita personale importante, che va ad incidere negativamente sulla produttività.
Una politica di gestione incentrata sull’egemonia, fa si che nel lavoratore prevalga il sentimento sgradevole di sentirsi solamente una pedina sulla scacchiera dei ruoli aziendali senza poteri decisionali. Una situazione che crea indissolubili distanza tra dipendente ed azienda e non consente al lavoratore di sentirsi parte attiva di un progetto comune, quale la causa aziendale.
Detenere lo scettro del potere, può rappresentare per molti imprenditori una certezza, ma può anche tramutarsi in una bomba a mano. Il pericolo di esplosione è imminente e tanto più elevato quanto più stretta è la chiusura verso la cura, la formazione e la possibilità di crescita all’interno dell’azienda. Spesso si punta il dito verso dipendenti non abbastanza responsabili, o che sembrano non dimostrarsi fieri di lavorare per l’azienda. A mio personale parere, però, la non responsabilizzazione di un dipendente non è colpa, nella maggior parte dei casi, del dipendente stesso, quanto di chi, sopra di lui, non gli ha concesso adeguate formazioni e possibilità di crescita.
Potremmo paragonare l’azienda ad una grande famiglia, dove il ruolo genitoriale, quello rivestito dal datore di lavoro, gioca un ruolo fondamentale per il processo di crescita, formazione e conquista dell’autonomia dell’individuo figlio, il dipendente, fermo restando che ognuno possa avere attitudini caratteriali che lo contraddistinguono e caratterizzano.
Se questo processo di “cura della persona” viene meno, la conquista dell’autonomia potrebbe non essere nei termini che un capo vorrebbe.

La grandi aziende italiane hanno dimostrato di credere in un futuro fatto di maggior tecnologia e più flessibilità. Ne sono un forte esempio Barilla, Mondadori, Enel, Intesa Sanpaolo, Unicredit, e molte altre grosse realtà che stanno mettendo in opera riforme dell’organizzazione del lavoro, per consentire ai propri dipendenti un lavoro più flessibile in termini di orari e di luogo.
Il vecchio stile patriarcale dell’organizzazione del lavoro è superato da tempo, il resto del mondo se ne è già accorto, e anche le PMI italiane devono rendersi conto che è il momento di passare oltre.
Image credit: nexusplexus / 123RF Stock Photo

 


Informazioni su Laura Sciacca

Approda nel mondo Web nel 2005, consolidando la sua esperienza come Sales Manager e sviluppando, negli anni successivi, molteplici competenze, tra cui quella di Web Content Manager e Writer Writer. Nel 2012 intraprende un percorso di laurea online in Business Administration Associate, aderendo al progetto di The University of the People, organizzazione no profit nata nel 2009 con lo scopo di diffondere l’istruzione universitaria nel mondo. Cofondatrice di Made in e-Business: progetto a sostegno dell'homework in Italia e della scelta verso le nuove professioni web come stile di vita.

Lascia un commento